Rsa: tra la solitudine degli anziani e la forza di stare lontani dai propri cari

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L’emozione non ha voce. Sono rimasti a lungo in silenzio, madre e figlio: lui non la vedeva dall’8 marzo, da quando l’Rsa dove l’anziana madre è ospite, aveva chiuso i battenti con il mondo esterno a causa dell’emergenza Coronavirus.

Lei, pallida in viso, ha ripreso subito un poco di colorito guardando gli occhi di suo figlio. Sono stati 4 mesi e mezzo di paura e di isolamento forzato in questa struttura dell’Ovadese, dove la direzione ha deciso, in modo ferreo, di negare ogni tipo di contatto con i propri cari addirittura qualche giorno prima del provvedimento governativo: una misura precauzionale lungimirante, considerato che in quella Rsa (ma anche in altre realtà piemontesi e liguri che hanno messo in atto la stessa metodologia) non ci sono stati casi di Covid-19.

Certo, la straziante strage silenziosa dei nonni deflagrata in tutto il pianeta e aggravata in molti casi da obiettive negligenze, ha portato con sé indagini a tutto campo e denunce molto spesso ventilate, ma poi nella maggior parte dei casi non depositate dalle famiglie. Soprattutto ora che, se da un lato emerge legittimo il diritto di poter stare vicino ai propri cari, “privati” della loro libertà nelle relazioni e che si dicono abbandonati, dall’altro è altrettanto lecito pensare che l’essere stati distanti ha anche salvaguardato la salute degli ospiti, salvandoli dalla possibilità di essere contagiati proprio dai loro congiunti.

Il confine tra la voglia di tornare alla normalità non dovrebbe però mettere a rischio la salute altrui. C’è un tribunale dei diritti del malato che accoglie molte segnalazioni, che altrettanto sovente non proseguono perché è chiaro che la responsabilità di ipotetici contagi ricadrebbe sulle direzioni sanitarie e le famiglie hanno il timore di andare incontro a ripercussioni.

È anche vero che molti anziani, sentendosi così soli, si lasciano andare e a volte non basta una videotelefonata proposta ai familiari da parte del personale sanitario. La distanza può uccidere, ma il bene, se è davvero tale, può e deve in questo momento forse “andare oltre”, pur restando incomprensibile l’ok a riaprire luoghi di divertimento e il veto ad un ritorno alla routine di visite nelle strutture assistenziali.

Quel figlio che ieri, con indosso la mascherina, ha potuto rivedere la sua mamma senza poterla abbracciare, sapeva che aveva mezz’ora di tempo per stare con lei, in mezzo al giardino di quella  Rsa che non è mai stato così pieno di emozioni, anche se c’era una parete di plexiglass fra di loro. Non importa: il contatto, anche se non fisico, c’è stato. Ed è stato bellissimo.

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